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Materiali ed Energia

Grafene sulle batterie al litio: come una tecnologia promettente può rendere più efficiente la produzione delle batterie

Ricercatori della Northwestern University hanno sviluppato una tecnica che utilizza il grafene per affrontare uno dei problemi più difficili nella produzione di batterie agli ioni di litio. Il metodo potrebbe contribuire a rendere più praticabile la produzione di elettrodi tramite processi a secco, una tecnologia che l'industria considera da tempo una delle strade più promettenti per ridurre costi, consumi energetici e impatto ambientale nella fabbricazione delle batterie

Grafene sulle batterie al litio: come una tecnologia promettente può rendere più efficiente la produzione delle batterie

Da decenni, la produzione degli elettrodi segue un procedimento consolidato. Le particelle di ossido metallico che costituiscono il catodo vengono disperse in una soluzione contenente un solvente organico, tipicamente N-metil-2-pirrolidone (NMP), insieme a materiali conduttivi e a un legante polimerico. La miscela viene poi depositata su sottili fogli metallici e asciugata in grandi forni industriali. Il solvente deve infine essere recuperato attraverso impianti dedicati, con costi energetici ed economici significativi. Esiste però un'alternativa potenzialmente più semplice: il cosiddetto processo a secco. In questo approccio si eliminano completamente i solventi, lavorando direttamente con miscele di polveri che vengono pressate sui collettori metallici. In teoria ciò consentirebbe di ridurre l'energia necessaria alla produzione e semplificare gli impianti. In pratica, però, ottenere elettrodi uniformi e affidabili senza solventi si è rivelato estremamente difficile.

Il problema del solvente e la promessa del processo a secco

Per comprendere la difficoltà del processo a secco bisogna considerare il ruolo del solvente nella produzione convenzionale. Il solvente aiuta infatti a disperdere uniformemente il legante polimerico, permettendogli di collegare efficacemente le particelle attive e di aderire al supporto metallico. Quando il solvente viene eliminato, il legante tende a distribuirsi in modo meno uniforme e aumentano i difetti strutturali dell'elettrodo. Nel processo a secco si utilizzano generalmente particelle di ossido metallico, carbonio conduttivo e un legante solido come il politetrafluoroetilene (PTFE), lo stesso materiale che conosciamo tutti come Teflon. Questi componenti vengono miscelati e compressi mediante rulli. Jeffrey Lopez, professore di ingegneria chimica alla Northwestern University e responsabile del progetto, descrive il procedimento con un'immagine semplice: «È come fare la pasta. Crei un impasto e poi lo passi tra i rulli, e ne esce un foglio». L'interesse verso questa tecnologia è elevato perché consente di produrre elettrodi più spessi, contenenti una maggiore quantità di materiale attivo per unità di superficie. Questo può contribuire ad aumentare la densità energetica delle celle, anche se il risultato finale dipende da numerosi altri fattori progettuali oltre allo spessore dell'elettrodo.

Grafene come modificatore della superficie

La soluzione proposta dal team della Northwestern consiste nel rivestire le particelle di ossido metallico con sottilissimi fogli di grafene, il materiale formato da un singolo strato di atomi di carbonio disposti in una struttura esagonale. Lopez paragona il processo a un palloncino ricoperto di carta pesta: ogni particella viene avvolta da uno strato di grafene che ne modifica le proprietà superficiali. Secondo i ricercatori, questo rivestimento altera il modo in cui le particelle interagiscono con il legante e con il carbonio conduttivo, favorendone una distribuzione più uniforme. Di conseguenza, la quantità di PTFE necessaria può essere drasticamente ridotta. Nei test riportati dal gruppo di ricerca è stato sufficiente circa lo 0,1% in peso di PTFE per ottenere catodi funzionali. I risultati sperimentali mostrano anche un miglioramento delle prestazioni degli elettrodi. Gli autori riferiscono di avere raggiunto capacità areali fino a 10 mAh/cm², un valore elevato rispetto a quello di molte celle commerciali. È importante sottolineare che questo dato riguarda l'elettrodo e non implica automaticamente un incremento proporzionale dell'autonomia o delle prestazioni della batteria finale, che dipendono da numerosi altri parametri della cella. Il gruppo di ricerca osserva inoltre una riduzione della resistenza al trasporto ionico e una minore degradazione dell'elettrolita a contatto con materiali ricchi di nichel, uno dei fenomeni che contribuiscono all'invecchiamento delle batterie agli ioni di litio ad alta densità energetica.

Perché il grafene potrebbe essere interessante per l'industria

Oltre alle sue proprietà elettriche, il grafene possiede caratteristiche tribologiche favorevoli, tra cui un basso coefficiente di attrito. Questo aspetto potrebbe facilitare la lavorazione delle polveri nei processi a secco e ridurre l'usura delle apparecchiature industriali. Tali vantaggi potrebbero risultare particolarmente rilevanti nelle future gigafactory dedicate alla produzione di batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo energetico. L'eliminazione dei solventi consentirebbe infatti di ridurre o eliminare i forni di essiccazione, i sistemi di recupero dell'NMP e una quota significativa dei consumi energetici associati alla produzione degli elettrodi. Durante l'American Chemical Society Fall Meeting 2026, i ricercatori hanno discusso stime secondo cui questi risparmi potrebbero raggiungere centinaia di milioni di dollari nell'arco della vita operativa di grandi impianti industriali. Si tratta tuttavia di valutazioni preliminari che dovranno essere confermate attraverso future implementazioni su scala produttiva.

I limiti e le sfide ancora aperte

Nonostante i risultati promettenti, il percorso verso l'applicazione industriale rimane aperto. Sarà necessario verificare la riproducibilità del processo su larga scala, i costi associati al rivestimento in grafene, la stabilità produttiva e le prestazioni delle celle nel lungo periodo. Va inoltre ricordato che i risultati sono stati presentati all'American Chemical Society Fall 2026 Meeting e resi disponibili come preprint su ChemRxiv. Come per tutti i preprint, i dati devono ancora completare il normale processo di revisione tra pari prima di poter essere considerati definitivamente validati dalla comunità scientifica. Il prossimo obiettivo: sostituire il PTFE Il lavoro del gruppo di Northwestern non si ferma al grafene. I ricercatori stanno già studiando possibili alternative al PTFE che non contengano fluoro. Il PTFE appartiene infatti alla famiglia dei PFAS, sostanze caratterizzate da una notevole persistenza ambientale. Sebbene il PTFE presenti caratteristiche differenti rispetto ai PFAS più mobili e controversi, il crescente interesse normativo verso questa classe di composti sta spingendo l'industria a cercare soluzioni alternative. Secondo Lopez, tra i candidati più promettenti figurano alcuni ionomeri a base di polietilene. Se questi materiali dovessero dimostrarsi efficaci, si potrebbe arrivare a un processo produttivo completamente privo sia di solventi tossici sia di composti fluorurati, con potenziali benefici economici, ambientali e industriali.

Una ricerca che merita di essere seguita

La ricerca della Northwestern University non rappresenta ancora una rivoluzione industriale già realizzata, ma offre una soluzione tecnicamente interessante a uno dei principali ostacoli della produzione di elettrodi a secco. Se i risultati saranno confermati e il processo riuscirà a essere trasferito su larga scala, il grafene potrebbe diventare uno degli strumenti che contribuiranno a rendere la produzione delle batterie più efficiente, sostenibile e competitiva nei prossimi anni.

Lo studio è disponibile in preprint su ChemRxiv (DOI: 10.26434/chemrxiv-2026-lkcw). I risultati sono stati presentati all'American Chemical Society Fall 2026 Meeting di Chicago, nella Division of Energy and Fuels.

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