L’11 settembre non è finito: venticinque anni di conseguenze sulla salute
Venticinque anni dopo gli attentati, il programma sanitario federale dedicato alle persone esposte al World Trade Center continua a registrare certificazioni per malattie associate all’11 settembre. La polvere e i fumi del disastro contenevano particolato, fibre, metalli, amianto e prodotti della combustione. Gli studi epidemiologici hanno documentato soprattutto malattie respiratorie, disturbi psicologici e aumenti dell’incidenza per alcune specifiche forme di tumore. Il ruolo esatto delle singole sostanze e l’andamento futuro di alcune patologie restano però oggetto di ricerca.

La nube del crollo
La mattina dell’11 settembre 2001, in meno di due ore, le Torri Gemelle furono distrutte. Il crollo disgregò un’enorme quantità di materiali: calcestruzzo, vetro, gesso, fibre, metalli, arredi, apparecchiature elettroniche e materiali combustibili. Una parte consistente fu frammentata in polveri e particelle mentre il resto formò la massa di detriti e rottami di Ground Zero, le cui immagini rimarranno per sempre impresse nella memoria collettiva.
La nube si diffuse attraverso Lower Manhattan, raggiunse aree di Brooklyn e del New Jersey e penetrò in uffici, scuole, abitazioni e altri edifici. Le persone presenti nell’area respirarono e ingerirono le particelle. I soccorritori, residenti e lavoratori poterono inoltre trasportare la contaminazione negli ambienti interni attraverso vestiti, scarpe e attrezzature, un elemento assolutamente da non sottovalutare.
Questa polvere era una miscela estremamente complessa di particolato minerale, fibre, metalli, composti organici e prodotti della combustione. E l’esposizione non terminò il 12 settembre, ma anzi continuò durante le operazioni di ricerca, recupero, demolizione, rimozione delle macerie e pulizia degli edifici contaminati. Operazioni che durarono settimane, mesi, anni.
Il carburante degli aerei contribuì ad alimentare gli incendi iniziali. Nel cumulo di macerie, combustioni e focolai continuarono poi per settimane. Ground Zero rimase a lungo un luogo dove la temperatura era superiore alla norma ed i fumi continuavano a sprigionarsi, contribuendo alla persistenza di fumi e inquinanti nell’area. Il CDC e il NIOSH descrivono l’evento come una massiccia esposizione a polvere, gas e fumo che interessò sia le persone presenti all’esterno sia quelle che si trovavano in ambienti interni contaminati.
Cosa conteneva la polvere
La composizione della polvere del World Trade Center fu studiata attraverso campioni raccolti in momenti e luoghi diversi. Non esisteva quindi una miscela perfettamente uniforme: la composizione variava in base alla distanza dal sito, alla fase dell’emergenza, alle condizioni meteorologiche e alla distinzione tra polvere sedimentata, particolato fine e fumi.
Lo studio di Landrigan e collaboratori, pubblicato nel 2004 su Environmental Health Perspectives, descrisse una polvere costituita prevalentemente da particelle grossolane, per circa il 95% della massa. Erano presenti cemento polverizzato, fibre di vetro, amianto, piombo, idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili, furani e diossine policlorurate.
Un altro studio di Lioy ed i suoi collaboratori che analizzarono tre campioni di polvere sedimentata raccolti a est del World Trade Center nei giorni immediatamente successivi agli attacchi. La frazione inorganica comprendeva soprattutto cemento, gesso, fuliggine, vernice, cellulosa e fibre minerali. La frazione organica conteneva invece idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili, pesticidi, ftalati, eteri difenilici bromurati e altri composti derivati dai materiali presenti negli edifici e dagli incendi. Tra i metalli rilevati figuravano piombo, cadmio, cromo, manganese, alluminio, titanio e bario.
Nei campioni di polvere sedimentata raccolti all’esterno, il pH era generalmente compreso tra 9 e 11, quindi nettamente alcalino. La polvere raccolta negli ambienti interni poteva raggiungere valori ancora più elevati. L’alcalinità era legata soprattutto ai componenti derivati dal cemento e dal gesso.
Una polvere con queste caratteristiche poteva irritare direttamente le mucose respiratorie, ma l’irritazione era soltanto uno dei possibili meccanismi di danno biologico. I disturbi osservati nelle popolazioni esposte possono essere ricondotti a un insieme di fattori: elevato carico di particolato, alcalinità, fibre minerali e vetrose, metalli, prodotti della combustione e, per alcune categorie di lavoratori, esposizioni ripetute nel tempo.
La presenza di una sostanza in un campione, tuttavia, non dimostra automaticamente che essa abbia provocato una specifica malattia. Per valutare il rischio occorre considerare concentrazione, durata e modalità dell’esposizione, caratteristiche individuali e intervallo trascorso prima della comparsa della patologia.
Chi fu esposto
L’esposizione non riguardò soltanto i soccorritori arrivati nelle prime ore. Coinvolse popolazioni con livelli, durata e modalità di contatto molto diversi.
Vigili del fuoco, agenti di polizia, paramedici e altri soccorritori presenti nelle prime ore subirono alcune delle esposizioni più intense alla nube iniziale e alle polveri sollevate dai crolli. Molti continuarono a lavorare nell’area durante le operazioni di recupero e bonifica, spesso in condizioni difficili e con dispositivi di protezione non sempre disponibili, utilizzati o adeguati.
A loro si aggiunsero migliaia di persone impegnate nelle operazioni protrattesi per settimane e mesi: personale edile, addetti alla rimozione delle macerie, lavoratori degli edifici circostanti, operatori dei trasporti e persone coinvolte nella pulizia e nel ripristino degli ambienti contaminati. Le loro esposizioni potevano essere meno intense rispetto a quella subita nella nube del crollo, ma si sarebbero ripetute per periodi molto più lunghi.
Un terzo gruppo comprendeva residenti, impiegati, studenti e altre persone presenti a Lower Manhattan e nelle aree vicine. Alcuni furono investiti direttamente dalla nube; altri entrarono in contatto con la polvere depositata negli appartamenti, negli uffici e negli edifici pubblici, dove poteva essere risollevata dalle attività quotidiane.
Danni respiratori e malattie croniche
Le conseguenze più immediate e meglio documentate riguardarono come ci si può aspettare, le vie respiratorie. Numerosi soccorritori svilupparono tosse persistente, irritazione delle prime vie aeree, sinusite, asma e altri disturbi respiratori; nelle coorti del World Trade Center è stata inoltre osservata un’elevata frequenza di reflusso gastroesofageo. In alcuni casi i sintomi migliorarono nel tempo, mentre in altri divennero cronici o ricorrenti.
L’esposizione poteva coinvolgere contemporaneamente naso, gola, bronchi e polmoni. Le particelle più grandi tendevano a depositarsi nelle vie respiratorie superiori, mentre quelle più fini potevano raggiungere regioni più profonde dell’apparato respiratorio. Il fatto che gran parte della massa della polvere fosse costituita da particelle grossolane non rende quindi irrilevante la componente fine e ultrafine.
Anche la durata dell’esposizione era determinante. Essere investiti dalla nube del crollo significava poter ricevere una dose molto elevata in un intervallo breve, mentre lavorare per settimane o mesi nella bonifica comportava invece esposizioni ripetute. I due profili non sono direttamente equivalenti e non possono essere riassunti in un unico livello di rischio.
Uno studio pubblicato su The Lancet nel 2011 seguì per nove anni ben 27.449 soccorritori e lavoratori inseriti nel programma di monitoraggio e trattamento del World Trade Center. Questo enorme campione comprendeva agenti di polizia, vigili del fuoco, lavoratori edili e dipendenti comunali. I ricercatori documentarono così la frequente coesistenza, nello stesso individuo, di più condizioni fisiche e psicologiche e osservarono generalmente rischi maggiori nei soggetti arrivati prima sulla scena, indicatore di una possibile esposizione più intensa.
Tra le condizioni studiate figuravano asma, sinusite, reflusso gastroesofageo, depressione, disturbo da stress post-traumatico e disturbo di panico. Nel loro insieme, i risultati indicano una relazione tra intensità dell’esposizione e probabilità di sviluppare molteplici problemi di salute fisica e mentale, senza permettere di ricondurre ciascuna patologia a una singola componente della polvere.
Cancro e possibili meccanismi biologici
Il rapporto tra esposizione al World Trade Center e cancro è più complesso e merita un paragrafo a sé. La polvere e i fumi contenevano sostanze riconosciute come cancerogene o potenzialmente cancerogene, tra cui amianto, benzene, alcuni metalli, idrocarburi policiclici aromatici e altri inquinanti organici persistenti.
Uno dei meccanismi studiati è l’infiammazione cronica. L’irritazione persistente dei tessuti può infatti contribuire allo stress ossidativo, modificare la risposta immunitaria e favorire danni cellulari. Alcuni contaminanti possono inoltre interferire, attraverso meccanismi differenti, con la riparazione del DNA o con la regolazione della proliferazione cellulare.
La ricerca ha preso in considerazione anche possibili modificazioni epigenetiche, tra cui la metilazione del DNA. Queste modificazioni non alterano la sequenza del DNA, ma possono influenzare l’attività di determinati geni.
Una revisione strutturata pubblicata nel 2024 su Biomolecules, basata su 80 studi, ha osservato che i principali cancerogeni identificati nella polvere sedimentata del World Trade Center erano già stati associati, in altri contesti di esposizione, ad alterazioni della metilazione del DNA in geni e vie biologiche rilevanti per il cancro. Gli autori hanno quindi proposto la metilazione come uno dei possibili meccanismi attraverso cui l’esposizione potrebbe contribuire alla cancerogenesi.
È un’ipotesi biologicamente plausibile, non la dimostrazione di una catena causale individuale. La revisione non permette di affermare che una determinata alterazione epigenetica abbia provocato uno specifico tumore in una persona esposta al World Trade Center.
Questo limite è particolarmente importante perché i tumori sono malattie multifattoriali e possono manifestarsi molti anni dopo l’esposizione. Il loro sviluppo può dipendere dall’accumulo di alterazioni cellulari e dall’interazione tra fattori ambientali, genetici, comportamentali e individuali. È anche per questo che la sorveglianza epidemiologica deve continuare a distanza di decenni.
I dati epidemiologici
Uno dei più ampi studi sull’incidenza dei tumori nei soccorritori e nei lavoratori del World Trade Center è stato pubblicato nel 2022 sul Journal of the National Cancer Institute. Li, Zeig-Owens e collaboratori riunirono i dati di tre macro campioni, per un totale di 69.102 lavoratori del recupero materiali e della bonifica delle aree. L’analisi principale considerò 57.402 lavoratori iscritti entro il 2008 e seguiti fino al 2015. Nel complesso furono identificati 3.611 tumori, 3.236 dei quali primitivi.
Il primo dato da sottolineare è che l’incidenza complessiva dei tumori primitivi non risultò superiore a quella attesa nella popolazione di riferimento: il rapporto di incidenza standardizzato, o SIR, era 0,96. Non emerse quindi un aumento generalizzato di tutte le neoplasie.
Il quadro cambiava osservando singole sedi tumorali. Gli autori rilevarono eccessi statisticamente significativi per il melanoma cutaneo, con SIR 1,43; il tumore della prostata, 1,19; il tumore della tiroide, 1,81; e il tumore delle tonsille, 1,40. È importante specificare che un SIR di 1,43 indica che, nella popolazione studiata, l’incidenza osservata era circa il 43% superiore a quella attesa sulla base della popolazione di confronto. Non significa che il 43% dei lavoratori abbia sviluppato quel tumore.
Un altro risultato riguardava il momento dell’arrivo al sito. Rispetto ai lavoratori arrivati dopo il 17 settembre, quelli arrivati il giorno stesso degli attentati presentavano rateo di pericolo più elevato per il tumore della prostata e della tiroide. Per entrambe le patologie gli autori osservarono inoltre un trend dose-risposta statisticamente significativo.
Sono risultati compatibili con un’associazione tra maggiore intensità dell’esposizione e rischio di alcune neoplasie, ma non consentono di attribuire un singolo caso a una specifica sostanza presente a Ground Zero.
Un commento editoriale pubblicato sullo stesso numero del Journal of the National Cancer Institute sottolineava inoltre che un follow-up massimo di 14 anni era ancora relativamente breve rispetto alla latenza di numerose malattie oncologiche. La sorveglianza avrebbe quindi dovuto proseguire per altri anni, probabilmente decenni. Ciò non significa, tuttavia, che un futuro aumento complessivo dei tumori o un determinato “picco” di incidenza possano essere considerati inevitabili.
Il programma sanitario
Il World Trade Center Health Program fornisce monitoraggio, diagnosi e trattamento alle persone direttamente coinvolte negli attentati e nelle operazioni successive. Comprende sia i soccorritori e i lavoratori delle operazioni di recupero sia i sopravvissuti, categoria che include residenti, lavoratori, studenti e altre persone presenti nelle aree interessate.
Le statistiche del programma richiedono però alcune distinzioni. Il numero delle persone attualmente iscritte non coincide con quello di tutte le persone che hanno partecipato al programma nel corso della sua storia. Allo stesso modo, una certificazione per una condizione associata al WTC non equivale necessariamente a una nuova diagnosi effettuata nello stesso periodo e non permette, da sola, di stabilire la causa di morte di una persona.
Secondo i dati diffusi nel 2026 con riferimento al 30 giugno, il programma contava 145.275 membri attualmente iscritti. Nel corso della sua esistenza, 57.044 membri avevano ricevuto almeno una certificazione per un tumore riconosciuto dal programma come condizione correlata al World Trade Center. Più di 10.000 nuove certificazioni oncologiche erano state registrate nei dodici mesi precedenti.
Sono numeri che mostrano la persistenza del carico sanitario a venticinque anni dagli attentati, ma non possono essere trasformati direttamente in un conteggio dei decessi causati dall’esposizione. Le statistiche del programma comprendono persone viventi e decedute e, quando riportano il numero dei membri morti, specificano che il dato riguarda i decessi per tutte le cause.
Anche i dati diffusi da Northwell Health devono essere interpretati come una serie relativa al proprio bacino assistenziale. Il centro ha riferito che i nuovi casi di tumore riconosciuti come correlati all’11 settembre tra i pazienti del proprio programma sono passati da 177 nel 2023 a 235 nel 2025. Nei primi sei mesi del 2026 erano stati registrati altri 132 nuovi casi, per un totale di 811 nei 42 mesi considerati.
Il passaggio da 177 casi nel 2023 a 235 nel 2025 corrisponde a un aumento di circa il 33%, un dato significativo. Dato che riguarda comunque esclusivamente i pazienti seguiti da Northwell e non può essere estrapolato direttamente all’intera popolazione del WTC Health Program. L’andamento può riflettere una combinazione di fattori: invecchiamento della popolazione esposta, lunga latenza di alcune neoplasie, accesso alle cure, caratteristiche del bacino assistenziale e procedure di certificazione.
Il fallimento della comunicazione istituzionale
Le conseguenze sanitarie dell’11 settembre non dipendono soltanto dalla composizione della polvere e dall’intensità delle esposizioni. Un capitolo distinto riguarda il modo in cui il rischio fu comunicato nelle settimane successive agli attacchi.
L’EPA diffuse messaggi rassicuranti sulla qualità dell’aria e sulla possibilità per gli abitanti di tornare nelle aree interessate. Un rapporto dell’Office of Inspector General dell’agenzia, pubblicato nel 2003, concluse tuttavia che alcune rassicurazioni erano state diffuse prima che fossero disponibili dati e analisi sufficienti a sostenerle pienamente. Secondo l’Inspector General, le comunicazioni pubbliche non esplicitavano adeguatamente i limiti delle informazioni disponibili e non distinguevano sempre con sufficiente chiarezza tra aria esterna e ambienti interni, né tra popolazione generale e lavoratori direttamente impegnati a Ground Zero.
Questo non significa che ogni dichiarazione dell’EPA fosse priva di fondamento, né che le autorità disponessero fin dall’inizio di una misura completa dei rischi. Il problema fu piuttosto lo scarto tra il grado di certezza trasmesso al pubblico e quello consentito dalle informazioni disponibili in quel momento. L’incertezza avrebbe dovuto essere comunicata con maggiore chiarezza.
Il James Zadroga 9/11 Health and Compensation Act istituì successivamente il programma sanitario e il sistema di risarcimento destinati alle persone colpite. Il World Trade Center Health Program è stato autorizzato fino al 2090, rendendo possibile un’assistenza di lunghissimo periodo per le malattie riconosciute come associate alle esposizioni dell’11 settembre. La continuità delle risorse e della capacità assistenziale resta essenziale proprio perché alcune patologie possono manifestarsi dopo latenze molto lunghe.
Cosa resta da capire
La ricerca sul World Trade Center rappresenta uno dei più vasti programmi di studio degli effetti sanitari conseguenti a un singolo disastro urbano. Gli effetti irritativi acuti della nube sulle vie respiratorie sono ampiamente documentati; nelle popolazioni esposte sono state inoltre osservate associazioni con asma, sinusite e altri disturbi respiratori cronici. Sono ben documentati anche problemi di salute mentale, tra cui disturbo da stress post-traumatico, depressione e disturbi d’ansia.
Per i tumori il quadro è più articolato. Gli studi epidemiologici hanno rilevato aumenti dell’incidenza per alcune sedi specifiche e, in alcuni casi, associazioni con indicatori di maggiore esposizione, ma non un incremento uniforme di tutte le neoplasie. La ricerca continua a studiare il ruolo dell’intensità e della durata dell’esposizione, dell’infiammazione persistente, dello stress ossidativo e dei numerosi contaminanti presenti nella polvere e nei fumi.
La lunga latenza delle patologie associate all’amianto rende necessario mantenere la sorveglianza anche nei prossimi decenni. È possibile che continuino a emergere nuovi casi di mesotelioma e tumore polmonare, ma dimensioni e andamento temporale di un eventuale aumento non possono essere previsti con certezza. Anche gli effetti neurologici, cognitivi e riproduttivi delle esposizioni rimangono aree di ricerca importanti e non completamente risolte.
Quello che è certo è che, dal punto di vista sanitario, l’11 settembre non fu soltanto un evento di una giornata. Fu anche l’inizio di una lunga emergenza ambientale e sanitaria, le cui conseguenze si sono distribuite su decenni. La nube si disperse nel giro di ore; l’esposizione continuò molto più a lungo e i suoi effetti sono ancora oggetto di sorveglianza venticinque anni dopo.
Le quasi tremila persone morte negli attentati vengono ricordate ogni anno. Accanto a quella memoria esiste una seconda storia, più lenta e meno visibile: quella delle persone che negli anni successivi si sono ammalate dopo essere state esposte alla polvere, ai fumi e alle macerie.
Le due categorie non sono statisticamente sovrapponibili e i loro numeri non possono essere sommati senza precisazioni. Ma entrambe appartengono alla storia umana e sanitaria dell’11 settembre.
Le fonti che ho usato
*Landrigan PJ, Lioy PJ, Thurston G et al., “Health and environmental consequences of the World Trade Center disaster”, Environmental Health Perspectives, 112(6):731–739, 2004. DOI: 10.1289/ehp.6702.
Lioy PJ, Weisel CP, Millette JR et al., “Characterization of the dust/smoke aerosol that settled east of the World Trade Center in lower Manhattan after the collapse of the WTC 11 September 2001”, Environmental Health Perspectives, 110(7):703–714, 2002. DOI: 10.1289/ehp.02110703.
McGee JK, Chen LC, Cohen MD et al., “Chemical analysis of World Trade Center fine particulate matter for use in toxicologic assessment”, Environmental Health Perspectives, 111(7):972–980, 2003.
Li J, Yung J, Qiao B, Takemoto E, Goldfarb DG, Zeig-Owens R et al., “Cancer Incidence in World Trade Center Rescue and Recovery Workers: 14 Years of Follow-Up”, Journal of the National Cancer Institute, 114(2):210–219, 2022. DOI: 10.1093/jnci/djab165.
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CDC/NIOSH, World Trade Center Health Program: Program Statistics e materiali sulle esposizioni dell’11 settembre.
CDC/NIOSH, World Trade Center Health Program: External Quarterly Program Summary.
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Northwell Health, dati relativi ai pazienti del programma World Trade Center diffusi nel settembre 2026.*