Uranio in Siria: la storia del reattore segreto di Al-Kibar, la Corea del Nord e il materiale esaminato dall'AIEA
Il 18 agosto 2026, il direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), Rafael Grossi, ha annunciato a Damasco che l'Agenzia aveva avuto accesso a un sito siriano non dichiarato nell'ambito degli obblighi di salvaguardia, dove erano presenti tonnellate di materiale nucleare.

Le nuove autorità siriane avevano notificato volontariamente la presenza di materiale nucleare in quel sito e consentito l'accesso agli ispettori. L'AIEA ha raccolto quindi alcuni campioni per determinarne con precisione natura, origine e quantità. Secondo il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani, il materiale, che le autorità siriane collegano all'eredità del programma nucleare dell'epoca Assad, non rappresenterebbe un pericolo immediato e sarebbe temporaneamente mantenuto sotto custodia siriana nell'ambito delle garanzie internazionali. L'origine esatta e la composizione del materiale devono essere verificate dall'AIEA.
La vicenda riporta l'attenzione su una storia iniziata oltre vent'anni fa: la costruzione segreta di un impianto nucleare nella Siria orientale, il suo bombardamento da parte di Israele nel 2007, le indagini internazionali e i materiali rimasti fuori dal controllo degli ispettori per quasi due decenni.
2001–2007: Un po’ di storia - la “cattedrale” nucleare nel deserto
Secondo le valutazioni dell'intelligence statunitense e israeliana, il sito di Dair Alzour, noto anche come Al-Kibar, nella provincia orientale di Deir ez-Zor, sulle rive dell'Eufrate, ospitava un impianto nucleare clandestino la cui costruzione sarebbe iniziata intorno al 2001. Nel 2011 l'AIEA concluse che il sito era molto probabilmente un reattore nucleare non dichiarato. Questa valutazione si basava su informazioni fornite da Stati membri, immagini satellitari e radar, dati sugli approvvigionamenti e campioni ambientali, ed era compatibile con gran parte delle precedenti ricostruzioni occidentali, pur mantenendo la formulazione prudente adottata dall'Agenzia. L'AIEA non confermò integralmente tutte le valutazioni dell'intelligence statunitense o israeliana.
Il complesso venne realizzato sotto l'aspetto di una struttura industriale e militare, lontano dai principali centri abitati. Nel 2007 ad ogni modo,l'edificio era ancora in costruzione e non risultava operativo. Il progetto presentava caratteristiche compatibili con un reattore moderato a grafite, raffreddato a gas e alimentato con uranio naturale. Il principale termine di confronto tecnico era il reattore sperimentale nordcoreano di Yongbyon, con il quale Al-Kibar presentava una forte somiglianza nella configurazione generale e nella tecnologia del reattore. Questa somiglianza, unita ad altri elementi tecnici e documentali, ha alimentato quindi alcune valutazioni secondo cui la Siria avrebbe costruito l'impianto con assistenza nordcoreana. Il coinvolgimento di Pyongyang non è però stato riconosciuto dalla Corea del Nord e non tutti gli aspetti del possibile trasferimento di tecnologia, materiali o assistenza operativa sono stati chiariti pubblicamente. È quindi più corretto descrivere Al-Kibar come un progetto siriano tecnicamente molto simile a Yongbyon e ritenuto costruito con assistenza nordcoreana, piuttosto che come un impianto integralmente nordcoreano. Le conclusioni pubbliche disponibili allo stato attuale non consentono di ricostruire quindi in maniera completa ogni aspetto dell'eventuale collaborazione.
La configurazione osservata è risultata compatibile con un reattore progettato per produrre plutonio mediante irraggiamento di uranio naturale. Visto che il plutonio si forma nel combustibile durante l'irraggiamento in reattore, per separarlo e renderlo disponibile sarebbero state necessarie operazioni di riprocessamento del combustibile irraggiato. L'AIEA osservò tuttavia che il sito non era configurato per la produzione di elettricità e che non esistono prove pubbliche che Al-Kibar sia mai entrato in funzione o abbia prodotto plutonio. Bisogna dire che i reattori a grafite alimentati con uranio naturale non richiedono combustibile precedentemente arricchito. Questo non significa però che possano utilizzare il minerale nella forma in cui si trova in natura: l'uranio deve essere estratto, purificato, convertito e trasformato in elementi combustibili prima di poter essere impiegato in un reattore. Secondo le valutazioni disponibili, il reattore avrebbe dovuto contenere circa 50 tonnellate di uranio naturale sotto forma di combustibile. Quella quantità si riferisce al combustibile previsto per il reattore, non automaticamente a una scorta di yellowcake.
Che cos'è il yellowcake
Il yellowcake è un concentrato di uranio prodotto dalla lavorazione chimica del minerale estratto. Il nome deriva dal colore che il materiale assumeva in alcune tecniche di produzione, sebbene il prodotto possa presentarsi in tonalità diverse.
Il suo componente principale è generalmente l'ossido di uranio, spesso indicato con la formula U₃O₈. Il materiale conserva, in linea generale, la composizione isotopica dell'uranio naturale: circa il 99,3% di U-238 e circa lo 0,7% di U-235, con una piccola quantità di U-234. L'U-235 è l'isotopo fissile più rilevante per i reattori e per alcune applicazioni militari, ma nell'uranio naturale è presente soltanto in percentuale molto ridotta. L'U-238 ha un'emivita di circa 4,47 miliardi di anni e quindi decade molto lentamente.
Il yellowcake, nonostante la bassa percentuale di U-235, non è innocuo: presenta rischi radiologici e chimici, soprattutto in caso di inalazione o ingestione di polveri. Non è però direttamente utilizzabile per un'arma nucleare né equivalente all'uranio altamente arricchito, al plutonio o al combustibile nucleare irraggiato. Deve essere sottoposto a ulteriori trasformazioni prima di poter entrare nella fase di arricchimento.
Il primo passaggio consiste nella conversione in esafluoruro di uranio (UF₆), un composto che può passare allo stato gassoso a temperature relativamente basse e viene utilizzato nei processi di arricchimento. Le centrifughe sfruttano la piccola differenza di massa tra le molecole di UF₆ contenenti U-235 e quelle contenenti U-238 per effettuare la separazione isotopica. Poiché la differenza è minima, il processo deve essere ripetuto in molte centrifughe collegate in cascata per ottenere concentrazioni significative di U-235. Molti reattori commerciali utilizzano uranio arricchito a circa il 3–5% di U-235. L'AIEA considera altamente arricchito l'uranio con una concentrazione pari o superiore al 20% di U-235. Le armi basate sull'uranio impiegano generalmente materiale arricchito a circa il 90% o oltre.
Il passaggio dal yellowcake all'uranio utilizzabile in un'arma richiederebbe conversione, arricchimento, ulteriori lavorazioni, infrastrutture specializzate e competenze tecniche avanzate. La semplice presenza di tonnellate di concentrato di uranio non equivale alla disponibilità di una bomba nucleare o di materiale immediatamente impiegabile in un'arma.
Il raid del 6 settembre 2007
Nella primavera del 2007 i servizi segreti israeliani ottennero nuove informazioni sul sito, comprese immagini degli interni. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert informò l'amministrazione di George W. Bush, ma gli Stati Uniti non scelsero di intervenire direttamente.
Nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2007, aerei israeliani attaccarono il complesso di Al-Kibar. I dettagli operativi dell'incursione, compresa l'esatta rotta degli aerei e il ruolo di eventuali tecniche di guerra elettronica, sono stati ricostruiti da fonti giornalistiche e militari, ma non tutti sono stati confermati ufficialmente.
L'impianto venne distrutto prima di entrare in funzione. Di conseguenza, non vi sono elementi pubblici che dimostrino che abbia mai irraggiato combustibile o prodotto plutonio.
Israele non rivendicò immediatamente l'attacco. La Siria sostenne che il complesso distrutto fosse una struttura militare convenzionale e negò qualsiasi coinvolgimento nordcoreano. Soltanto nel marzo 2018, quindi quasi 11 anni dopo, l'esercito israeliano confermò ufficialmente di aver condotto il raid.
L'AIEA analizzò informazioni fornite da diversi Stati membri, immagini satellitari e altri dati relativi al sito. Tra i materiali associati al progetto figuravano grafite e barite. Si tratta di materiali civili e non nucleari, che tuttavia possono essere compatibili anche con la costruzione di un reattore: la grafite come possibile moderatore neutronico e la barite, che può essere utilizzata nella produzione di calcestruzzo ad alta densità impiegato per la schermatura biologica di impianti nucleari. È importante dire comunque che loro presenza non costituisce comunque da sola una prova conclusiva della natura nucleare del sito.
Nel giugno 2008 l'AIEA riuscì a effettuare un'unica ispezione del sito. La Siria aveva già demolito gran parte della struttura e modificato l'area, rendendo più difficile la ricostruzione del sito. I campioni ambientali raccolti dagli ispettori contenevano particelle di uranio naturale di origine antropica, cioè derivanti da processi chimici industriali, nonché grafite e acciaio inossidabile, secondo i rapporti dell'AIEA. La Siria sostenne che le particelle potessero provenire dai missili utilizzati nell'attacco; l'AIEA ritenne questa spiegazione poco probabile sulla base della composizione e della morfologia delle particelle, secondo quanto riportato nei rapporti dell'Agenzia. La presenza di uranio antropogenico indica che l'uranio era stato sottoposto a processi industriali, ma non dimostra da sola attività militari, produzione di plutonio o preparazione di armi nucleari.
Nel 2011 il Consiglio dei governatori dell'AIEA concluse, con la risoluzione GOV/2011/41, che la costruzione del reattore non dichiarato e la mancata comunicazione delle informazioni progettuali costituivano una situazione di non conformità con gli obblighi di salvaguardia della Siria, che venne quindi riferita al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La risoluzione riguardava la mancata dichiarazione del sito e delle relative attività ai sensi degli obblighi di salvaguardia: non costituiva una dichiarazione secondo cui la Siria avesse prodotto plutonio o materiale fissile per armi nucleari. La formulazione ufficiale dell'AIEA rimase prudente: il sito era "molto probabilmente" un reattore nucleare non dichiarato.
Il materiale residuo e il "Sito 99"
La distruzione del reattore non risolse tutte le questioni aperte. Restavano da chiarire la sorte delle apparecchiature, della documentazione, dei materiali di fabbricazione del combustibile e dell'uranio che avrebbe dovuto essere utilizzato nell'impianto.
Le analisi pubblicate negli anni successivi hanno indicato l'esistenza di altre strutture funzionalmente collegate al programma di Al-Kibar. Tra queste figura Marj as-Sultan, vicino a Damasco, considerata un possibile o probabile centro per la conversione dell'uranio e la fabbricazione del combustibile.
Nel 2025 l'AIEA riferì che i campioni analizzati a Marj as-Sultan avevano mostrato una quantità significativa di particelle di uranio naturale di origine antropica, alcune compatibili con la conversione del concentrato di minerale di uranio in ossido di uranio. Ciò che l'AIEA ha osservato direttamente sono le caratteristiche delle particelle rinvenute nei campioni ambientali; la loro attribuzione a specifiche attività di conversione o fabbricazione deriva dall'analisi e dal confronto con quanto noto sul programma siriano. Le evidenze sostengono l'ipotesi di attività legate alle prime fasi del ciclo del combustibile, ma non dimostrano da sole l'esistenza di capacità di arricchimento dell'uranio o di riprocessamento del plutonio.
Nel 2026 fonti statunitensi e israeliane, riprese dalla stampa internazionale, hanno iniziato a fare riferimento a un deposito indicato come "Sito 99", nel quale sarebbero stati conservati yellowcake e altri residui collegati al programma nucleare siriano. La denominazione "Sito 99" non risulta, sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, come una classificazione ufficiale resa pubblica dall'AIEA. L'attribuzione del materiale al programma di Al-Kibar e la composizione precisa di quanto conservato nel deposito sono elementi che l'AIEA dovrà determinare attraverso le analisi dei campioni raccolti.
Secondo quanto riportato da Axios, l'amministrazione statunitense avrebbe facilitato un'intesa tra Siria, Israele e AIEA per la gestione del materiale presente nel sito. Il materiale non era ancora stato rimosso dalla Siria al momento delle notizie del 10 agosto 2026 e l'operazione risultava ancora in corso di definizione.
La situazione descritta il 18 agosto è quindi quella di un materiale ancora presente in Siria, sottoposto al processo di verifica dell'AIEA e temporaneamente mantenuto sotto custodia siriana nell'ambito delle garanzie internazionali. Le notizie relative a un possibile coinvolgimento turco, a movimenti sospetti nei pressi del deposito o ad azioni israeliane contro il sito sono state riportate da fonti giornalistiche e attribuite a funzionari anonimi. Non risultano però pienamente documentate nei rapporti pubblici dell'AIEA e non devono essere presentate come fatti definitivamente accertati.
Qual è il rischio reale
Il materiale associato al Sito 99 non deve essere descritto quindi come una bomba, né come un percorso breve e automatico verso la produzione di un'arma nucleare. Il rischio principale che la vicenda evidenzia è che una quantità significativa di materiale nucleare sia rimasta per anni fuori da un sistema internazionale completo di verifica e controllo.
Esistono due profili di rischio distinti.
Il primo riguarda la sicurezza fisica e la possibile dispersione del materiale. Il yellowcake non può provocare un'esplosione nucleare. Una dispersione intenzionale di polveri contenenti uranio potrebbe tuttavia contaminare un'area e provocare panico, costi di bonifica e problemi sanitari. Il rischio sarebbe associato soprattutto alla contaminazione locale, alla tossicità chimica dell'uranio in caso di inalazione o ingestione, all'esposizione radiologica e alle conseguenze economiche della bonifica, non a effetti comparabili a quelli di un'esplosione nucleare. La gravità concreta dipenderebbe dalla quantità, dalla composizione, dalla forma fisica del materiale e dalle modalità di dispersione, tutte informazioni che non possiamo avere in questo momento, anche perchè nessun incidente è avvenuto.
Il secondo profilo è quello della proliferazione. Il materiale potrebbe avere interesse strategico qualora fosse possibile convertirlo e sottoporlo ad arricchimento. Il concentrato di uranio non è però equivalente a uranio arricchito, plutonio o combustibile nucleare irraggiato. Il suo significato proliferativo dipende dalla possibilità concreta di sottoporlo a ulteriori processi industriali.
Le questioni ancora aperte
Il plutonio: La produzione di plutonio avviene attraverso l'irraggiamento dell'uranio in un reattore; per separare il plutonio dal combustibile irraggiato e renderlo disponibile sono poi necessarie operazioni di riprocessamento. La configurazione osservata di Al-Kibar era compatibile con un reattore progettato per produrre plutonio attraverso l'irraggiamento di uranio naturale, analogamente alla funzione attribuita al reattore di Yongbyon. Non esistono però prove pubbliche che Al-Kibar sia mai entrato in funzione o abbia prodotto plutonio. Resta da chiarire se la Siria disponesse o stesse costruendo un impianto di riprocessamento. Sono inoltre da accertare la sorte delle barre di combustibile, le attività di fabbricazione, l'estensione dell'eventuale assistenza nordcoreana e gli eventuali approvvigionamenti internazionali collegati al programma.
La Corea del Nord: Il parallelo tecnico tra Al-Kibar e Yongbyon è uno degli elementi più significativi dell'intera vicenda. Non è però possibile ricostruire con certezza, sulla base delle informazioni pubbliche, quanto fosse esteso il possibile trasferimento di tecnologia, materiali o conoscenze operative. Le domande ancora aperte riguardano il ruolo di eventuali tecnici nordcoreani, la fornitura di apparecchiature, la produzione del combustibile e l'eventuale trasferimento di conoscenze relative al riprocessamento del plutonio.
Il Sito 99: L'AIEA dovrà ora stabilire con precisione: quali materiali siano effettivamente presenti; in quali quantità; quale sia la loro composizione chimica e isotopica; se provengano dal progetto di Al-Kibar o da altre attività; come siano stati prodotti, trasferiti e conservati; quale sarà la loro destinazione finale; se esistano altri siti, documenti o apparecchiature non dichiarati. Il fatto che il sito sia stato notificato volontariamente dalle nuove autorità siriane costituisce un cambiamento significativo rispetto alla precedente politica di non collaborazione. Non sostituisce però la necessità di una verifica indipendente e completa.
Marj as-Sultan: Le particelle di uranio naturale processato trovate a Marj as-Sultan costituiscono un elemento importante per ricostruire le possibili attività di conversione e fabbricazione del combustibile. Non dimostrano da sole l'esistenza di un programma di arricchimento o di un impianto di riprocessamento.
Il lavoro dell'AIEA dovrà chiarire il rapporto tra questo sito, Al-Kibar e il materiale oggi associato al Sito 99.
Che cosa dimostra davvero la notizia
La notizia del 18 agosto 2026 non dimostra che in Siria sia stata trovata una bomba, né che il Paese disponga oggi di un arsenale nucleare. Questo è bene sottolinearlo più e più volte, vista la quantità di fake news che sono circolate ad esempio nel caso del nucleare iraniano. Dimostra però che le nuove autorità siriane hanno notificato all'AIEA la presenza di materiale nucleare in un sito non precedentemente dichiarato nell'ambito degli obblighi di salvaguardia, e che l'Agenzia ha potuto accedere al luogo e raccogliere campioni, una notizia a suo modo confortante. Ricordiamo, perchè non è mai troppo farlo, che yellowcake e concentrati di uranio non equivalgono automaticamente a plutonio, combustibile irraggiato o uranio arricchito.
Il ritrovamento acquista significato perché si inserisce nella storia del programma di Al-Kibar: un impianto non dichiarato, distrutto prima di diventare operativo, e una rete di siti e materiali la cui portata non è stata completamente chiarita. La presenza di yellowcake o di altri concentrati di uranio mostra che una parte del ciclo del combustibile era stata organizzata o pianificata e che alcuni materiali sono rimasti fuori dal controllo internazionale per anni.
Le analisi dei campioni raccolti nel 2026 potrebbero fornire la prima opportunità, dopo quasi due decenni, di ricostruire in maniera indipendente e documentata che cosa il programma nucleare siriano riuscì effettivamente a realizzare prima della distruzione di Al-Kibar. La rilevanza della notizia risiede soprattutto in questo: storia, scienza, tecnologia e geopolitica mischiati non nella narrazione della costruzione di un’arma, ma nella possibilità di chiarire finalmente la reale estensione di un programma rimasto nascosto fino alla decisione delle nuove autorità di Damasco di notificare il materiale e consentire l'accesso dell'AIEA.
Fonti primarie che ho usato
Documenti ufficiali AIEA
-AIEA, risoluzione del Consiglio dei governatori GOV/2011/41, Implementation of the NPT Safeguards Agreement in the Syrian Arab Republic, 9 giugno 2011
-AIEA, IAEA and Syria: Chronology of Key Events, aggiornato periodicamente, disponibile su iaea.org
-AIEA, rapporti periodici del Direttore Generale sull'attuazione delle salvaguardie nella Repubblica Araba Siriana, presentati al Consiglio dei governatori dal 2008 ad oggi
Istituzioni di ricerca e think tank specializzati
-Institute for Science and International Security (ISIS), IAEA Makes Progress on Syria's Undeclared Past Nuclear Program, settembre 2025 — analisi di Al-Kibar, Marj as-Sultan e del programma siriano con immagini satellitari
-Nuclear Threat Initiative (NTI), scheda Al-Kibar (Nuclear), disponibile su nti.org
-Arms Control Association (ACA), IAEA Gains Access to Former Syrian Nuclear Sites, luglio 2025, disponibile su armscontrol.org
-Bulletin of the Atomic Scientists, The IAEA's Dilemma with Syria's Al Kibar Nuclear Site, maggio 2008
-Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Facts and Myths about Nuclear Materials Trafficking, marzo 2025
-Atomic Reporters, Revisiting Al Kibar Site in Syria, luglio 2025
Fonti giornalistiche di riferimento
-Axios, reportage del 10 agosto 2026 sull'intesa tra Siria, Israele e AIEA per la gestione del Sito 99
-Reuters, cronaca del 18 agosto 2026 sulla conferenza stampa di Grossi a Damasco
-AFP, resoconto sulla notifica volontaria siriana e sulla raccolta dei campioni, agosto 2026
-The National, IAEA to Visit Syria over Nuclear Material Left by Assad Regime, 11 agosto 2026
Fonti tecnico-scientifiche
-Scientific American, Could Iran Have Been Close to Making a Nuclear Weapon? Uranium Enrichment Explained, giugno 2025 — riferimento per il ciclo dell'arricchimento
-Nuclear Engineering International, Syria's Illicit Reactor — analisi tecnica del reattore di Al-Kibar
-Council on Foreign Relations, Red Teaming Nuclear Intelligence: The Suspected Syrian Reactor — valutazione critica dell'intelligence sul sito
Articolo aggiornato al 18 agosto 2026. Le informazioni sui campioni raccolti dall'AIEA e sull'esito delle analisi saranno disponibili nei rapporti ufficiali dell'Agenzia.